giovedì 6 ottobre 2011

IMPARARE...


Mi apro una bottiglia di vino anche se sono sola. Non devo discutere, sono indipendente. Difenderei questa condizione con tutte le mie forze, sempre. Eppure a volte anch'io avrei bisogno di un abbraccio. Di arrendermi e perdermi tra le braccia di un uomo. Un abbraccio che mi faccia sentire protetta anche se so proteggermi da sola. Sono in grado di fare le cose di cui ho bisogno, ma a volte vorrei far finta di non esserlo per il piacere di farle fare a qualcun altro per me. È una sensazione, ma non voglio stare con un uomo per questo. Non posso scendere a compromessi e non posso rinunciare a tutto quello che ho, alla mia libertà, per quell'abbraccio, che poi spesso con gli anni, non c'è nemmeno più.

Sono quelle notti che ho una voglia incredibile di vivere. Vorrei vedere due o tre film, scrivere, leggere, disegnare, o anche semplicemente guardare fuori dalla finestra. Dormire mi sembra una perdita di tempo. Mi viene voglia di imparare. Qualsiasi cosa, ma imparare.

mercoledì 28 settembre 2011

COMUNICARE


Nell'incontro, nella prima fascinazione, quando promettiamo all'altro di diventare per lui incantamento e specchio, disvelando e ingannando nel medesimo tempo, le ho usate tutte le parole.
Le ho usate per sedurre, per affabulare. E anche in quell'età della relazione che è, necessariamente, tellurica. Quando scosse si susseguono a scosse, parti di sé che si volevano unite a quelle dell'altro si separano per sempre, mentre altre si ritrovano, inaspettatamente, confinanti.
Da quel moto destabilizzante, durante il quale la perdita (di pezzi di sé, dell'idea sognata dell'altro?) precede nuovi e inediti equilibri, a volte capita che un uomo e una donna riemergano più temprati e più forti. Dell'esperienza del proprio limite e di quello dell'altro, del punto in cui i
confini si toccano, ma anche delle distanze che rimarranno per sempre irraggiungibili.
Quando tutto questo è diventato passato, allora, ho sentito di essere finalmente in salvo.
Quando l'altro è diventato la mia casa e la mia patria, allora le parole, una alla volta, mi hanno lasciata. Sono stanche le mie parole, deluse, avvilite dal tempo o dall'uso?
Ci sono giorni in cui le penso come piccole cavie impazzite in una scatola di vetro, che prendendo l'abbrivio per lanciarsi verso l'alto non trovano l'uscita ma un invalicabile tetto di latta.
E sono i giorni in cui penso che le mie parole vorrebbero, potrebbero, dire ancora la passione ed il desiderio, ma non trovando il modo, né l'aiuto necessario, allora ricadono giù, inutili, mortificate.
Altri giorni, invece,  sento, credo che non si siano perse, ma trasformate in qualcosa d'altro, in gesti, affinità, impegni. In un amore taciturno ma non per questo sopito che non ha più bisogno di essere spiegato o definito, raccontato o cantato, in un amore diventato, almeno per me, una Mecca rivolta alla quale l'anima può sempre pregare.
Sono così antica?
Così uguale alle mie lontane antenate da essere approdata alla consapevole saggezza che una sola parola, facendo giustizia di tutte le altre, possa indicare i rapporti sessuali e quelli familiari?
Loro al silenzio pensavano come al luogo che ne definiva il posto ed il ruolo nella scena familiare. Ma anche come ad un riparo dietro al quale esercitare un potere che da sempre sapevano imprenscindibile quanto irriconosciuto.
Io, invece, delle parole ho bisogno.
E se le ho fatte sgombrare dalla scena dell'amore per condividere con l'altro quel minuscolo pezzetto di terra comune che ci è toccato in sorte, non per questo ho rinunciato a loro.
Sono il mio lavoro, il mio pane, la mia speranza. Le limo e le arrotondo, le sottraggo, le scarnifico, le domo.
Addomesticate le parole è l'unica cosa che so fare.
Ma quando, sopraffacendomi, trovano poi un loro ordine e una loro misura, conosco momenti di felicità assoluta. Perché so che le parole possono uccidere.
Ma sono anche l'unica cosa che abbiamo a disposizione per vivere.

lunedì 26 settembre 2011

DOVRESTI, DOVRESTE, DOVREMMO


Le mie amiche dicono che dovrei avere più fiducia in me stessa ed abbattere tutti i muri che l’esperienza mi ha fatto costruire.
I miei colleghi dicono che dovrei essere più accondiscendente con qualche persona.
Mia madre dice che dovrei essere meno selettiva con gli uomini……e comprendere che la perfezione non esiste.
Il mio nipotino dice che dovrei tornare a vivere a Roma per stare di più con lui!

Io sorrido, inspiro, espiro e con il mio respiro escono dal mio corpo tutti i dovresti, i dovreste, i dovremmo.
Mi difendo dagli altri senza accusarli, del resto sono in buona fede! E mi difendo dalle voci che sono entrate dentro di me, che si confondono con la mia, ma non lo sono!!
E allora chiedo a me stessa, solo a me stessa, come devo fare per divertirmi, per essere libera, per essere sicura, e so come rispondermi: discernere ciò che “si deve” da ciò che “si può”, strizzare l’occhio a ciò che “mi piace” ed abbracciare ciò che “mi fa stare bene”.
Senza convenzioni, senza aspettative, senza troppe “pippe mentali” che ci rendono la vita un inferno e ci mettono solo in conflitto con la persona a cui dovremmo tenere di più, noi stessi!

mercoledì 21 settembre 2011

UOMINI, NOVELLI ULISSE


Ulisse, l'eroe, il guerriero, il viaggiatore che vive disperdendosi, dissipandosi.
Non accumula mai.…l'amore lo coglie ogni volta come se fosse la prima, alla sprovvista, come se la vita per lui non si stratificasse mai, non riuscendo a farsi esperienza.
Ulisse non sceglie, è preso.
Lo seduce Circe, lo seduce più tardi Calipso...
"Se resterai con me.." gli sussurra una.
"Se vorrai giacere nel mio letto..." lo lusinga l'altra.
Ulisse acconsente. Conosciamo il desiderio di queste donne...ma non il suo.
Sappiamo che lo vogliono..e che poi lo ottengono.
Ignoriamo invece che cosa ci sia tra la loro passione ed il suo sensuale assenso.
Inizio e fine.
Cosa c'è nel mezzo?
Così come ce lo consegna il mito, l'amore di Circe, la maga, e di Calipso, la ninfa, che hanno entrambe le stigmate di una femminilità archetipa di streghe e d'incantatrici, divinatrici e seduttrici, si erige e si declina in tutta la potenza di un amore materno.
Presso di sè lo trattengono, fino a quando è possibile o necessario, forse finchè il desiderio di lui resta desto, forse fin quando la disattenzione se non il rifiuto di Ulisse diventano troppo oltraggiosi per essere sopportabili.... E così, come madri, regine che sanno il proprio dominio ormai privo di consenso, dopo molte stagioni lasciano che il viaggiatore vada, che si separi da loro per sempre.
E' cresciuto, maturato, reso più intenso e sapiente dalle sue preregrinazioni l'esule di Itaca quando ritorna finalmente a casa dalla sua sposa?
Sa qualcosa di più e meglio dell'animo femminile, delle sue e delle proprie emozioni?
Lo ignoriamo....
Sappiamo che torna...infine.
Sappiamo che è accolto....

Ed oggi gli uomini sembrano davvero dei novelli Ulisse.
...si lasciano prendere...
...si sentono corteggiati...
...vagano tra le ombre seduttrici di donne sempre più forti...
Ma, alla fine, cercano sempre la donna sognata sin dall'infanzia. Quella che coniuga in una sola anima la madre tenera, la moglie fedele, l'amante appassionata.....
E, nonostante avventure e peregrinazioni, le emozioni dell'universo femminile rimangono sconosciute....

lunedì 19 settembre 2011

IL TEMPO


Ho 40 anni. Ogni giorno mi scopro addosso piccoli detriti del tempo che passa. Mi tiro su i capelli, mi trucco, sono ancora “bellina”…forse anche più di quando ero una ragazzina, ma avanzo in bilico, a volte sfasciata, altre palpitante.
Ed è quell’incertezza a rendermi più umana!
Pochi giorni fa, in un giorno qualunque, soffermandomi davanti ad uno specchio ho visto i mille versi che le piccole rughe appena visibili avrebbero preso, come baffi, come riccioli capricciosi, rimaneggiando i miei lineamenti. Ed ho capito che l’epicentro dell’esplosione è un cruccio che parte da dentro e da dentro ci caria. Da lì partono le crepe, come un vetro che si frantuma e resta in piedi.
Non s’invecchia giorno dopo giorno, s’invecchia di colpo, di un nodo amaro.
Una scintilla guasta che ci folgora, ci insudicia, sparge amarezza sul nostro viso.

Ma quando guardo mia madre, una donna stanca che ha raggiunto i 70 anni, vedo che il tempo è libero di caderle addosso, di invecchiarla, perché l’epicentro da cui quella vecchiaia ha avuto inizio non è stato un rammarico, ma un dono…..e allora tutto è gentile!
E’ un volto di madre, di nonna, il suo, che gli anni hanno crepato nel verso buono della fecondità, dell’amore che passa, si annida in un testimone….e va avanti!